Nel corso di tre giornate, lo scorso mese, ha fatto fuori quasi tutto.
Chi c’era, racconta di lunghissime code di persone di fronte alla porta del palazzo dove ha sede il suo studio, a Lugano.
A sostegno, ancora una volta, del fatto che l’Arte si nutre di relazioni.
Parliamo del Maestro Gianluigi Bellei: artista di origine bolognese, residente a Lugano da molti anni, che, lo scorso settembre ha deciso di regalare interamente i quarant’anni della sua produzione artistica (a partire dai primi lavori a olio sino alle ultime realizzazioni che prevedono invece l’utilizzo di vari supporti e materiali).
Il Maestro ha annunciato l’iniziativa attraverso una conferenza stampa e un servizio televisivo andato in onda a settembre sull’emittente svizzera, informando che il suo atelier sarebbe rimasto aperto per tre settimane, offrendo l’opportunità, in particolare a chi non ha solitamente accesso, spesso per disponibilità di mezzi, al circuito artistico più “classico”, di diventare possessore di un’opera d’arte.
Nei giorni immediatamente successivi chiunque ha avuto l’occasione di presentarsi e scegliere il “proprio” quadro; unica condizione posta: l’impossibilità di rivenderlo ma di poterlo solo esclusivamente regalare.
Le motivazioni che hanno determinato una scelta, a nostro avviso, molto coraggiosa e dal valore fortemente simbolico, sono state evidenziate da Bellei in modo molto diretto.
In primo luogo, l’autore ha avviato una riflessione personale sul destino delle proprie opere, come diceva lui stesso, sorridendo, durante il servizio televisivo, il rischio che finisca tutto impolverato in qualche fondazione o ancora peggio negli scantinati o nelle soffitte di qualche museo, a causa dell’esiguità degli spazi espositivi cantonali, è una prospettiva che intristirebbe qualsiasi artista.
Oltretutto, molto spesso, le strutture ospitanti rischiano di non veicolare il messaggio artistico al di fuori dei confini ticinesi.
Infine, fulcro dell’azione, la volontà di cortocircuitare il meccanismo che genera un diffuso conformismo estetico causato dall’identità ormai quasi automatica tra il valore dell’opera e il suo prezzo di mercato.
Riteniamo questo atteggiamento e l’approccio che sposta l’accento sul valore del “processo” che prima ha determinato e che, successivamente, coinvolge l’opera, si identifichi pienamente anche con il nostro pensiero.
Ci piacerebbe, inoltre poter inserire questo contributo in una riflessione più ampia iniziata, all’interno degli Space on Sail, nell’ambito dell’iniziativa “Io lo vedo così” e che vorremmo coinvolgesse anche un’audience esterna, proprio in merito alle modalità espositive e alle musealizzazioni, offrendo spunti e prospettive, al momento, meno diffuse.
Abbiamo, pertanto, cercato di avvicinarci al maestro Bellei condividendo con lui alcune nostre curiosità.
Ci ha accolto una persona disponibile e diretta, con cui abbiamo realizzato una piccola intervista che siamo orgogliosi di ospitare sul nostro blog.
Sulla base delle dichiarazioni lette (e del servizio andato in onda sulla televisione svizzera), la volontà che ha dato origine al suo gesto è stata quella di dare la possibilità a chi normalmente è al di fuori del circuito “istituzionale” dell’arte di avere accesso a un’opera. Considerato il successo scatenato dall’iniziativa, sulla base di quale parametri ha regalato i suoi quadri?
Premetto che non mi ero posto alcun parametro per poter valutare l’ impatto di un’iniziativa del genere.
Ovviamente mi basavo sul fatto che molto spesso le mostre, escludendo quelle internazionali o di grande richiamo, sono poco frequentate. Basta andare in qualunque galleria o museo per constatare che i visitatori si contano sulle dita di una mano durante una giornata. Tenuto presente che il mio studio non ha un accesso diretto ma bisogna suonare il campanello e salire le scale, immaginavo che le persone non potessero essere molte. Invece solo il primo giorno e nelle prime tre ore di apertura sono arrivate circa duecento persone.
Tutto questo ha azzerato ogni tipo di rapporto e di parametro. Molte persone sono arrivate e sono ripartite prendendosi semplicemente le opere. Con le altre mi sono limitato ad un saluto e a siglare l’opera aggiungendo la dicitura “Quest’opera è un regalo e non può essere oggetto di una transazione monetaria”. Diciamo che, a parte alcuni, non ho il minimo ricordo dei volti delle persone passate dal mio atelier.
Michel Poletti ha girato un video quel giorno e, guardandolo successivamente, mi sono accorto che non riconoscevo buona parte delle persone.
C’è stato qualcuno prima di lei, o qualcuno al quale lei si è ispirato, che ha compiuto un gesto in qualche modo analogo?
A parte qualche artista che ha bruciato i propri lavori come Baldessari o qualcun altro come Pietroiusti che li regala dopo aver avuto una sovvenzione per la realizzazione in modo da essere ripagato in anticipo, non mi risulta che ci sia stato nessun altro artista che abbia regalato i propri lavori direttamente ai cittadini.
Le opere che lei ha donato, sono state “segnate” e non potranno essere più vendute, ma solo esclusivamente, a loro volta, regalate.
In caso, invece, di un ipotetico baratto, che cosa le piacerebbe ricevere in cambio? E cosa ha ottenuto sino ad ora, anche da un punto di vista immateriale a chiusura dell’iniziativa?
Non avevo intenzione di accettare nulla in cambio anche per evitare che si diffondessero voci fuorvianti sul valore dell’iniziativa.
Ma soprattutto anche per evitare che la cosa potesse essere interpretata come una svendita. Ho ricevuto parecchie sollecitazioni anche da parte di associazioni che mi chiedevano di mettere nello studio un barattolo in cui le persone potessero lasciare 5 franchi da devolvere all’associazione stessa.
Ho sempre rifiutato per non mescolare l’iniziativa con potenziali strumentalizzazioni, anche se a buon fine.
In effetti però qualcosa mi è rimasto: cinque o sei persone mi hanno offerto una bottiglia di vino e tre un libretto scritto da loro.
Si interesserà delle sorti future dei suoi quadri?
Non potrei, nemmeno volendo, in quanto a parte alcuni, non ho la più pallida idea di chi siano le persone che ne sono entrate in possesso.
Lei ha voluto sottolineare il valore del “processo” rispetto a quello dell’opera: in base a ciò, in quale modo chi riceve il quadro entra in relazione con l’espressione artistica? Il nuovo proprietario, diventa parte di una rappresentazione nel momento in cui riceve il quadro?
Possiamo identificare due momenti: quello della creazione dell’opera che rappresenta un determinato periodo storico e personale e che descrive tramite l’opera stessa un’idea, un’emozione, un concetto dell’autore.
A tutto questo si è sovrapposta l’azione del regalo e ciò ha dato un ulteriore vissuto all’opera stessa. L’opera diventa quindi parte integrante della performance.
Come sono stati assegnati i quadri? E’ stato lei a scegliere l’opera a seconda del richiedente o ha lasciato libertà di scelta?
All’inizio, come dicevo, supponevo una certa tranquillità per lo sviluppo dell’iniziativa. Pensavo di parlare con le persone, entrare in contatto con loro, informarmi sul loro lavoro, sulla loro percezione delle opere e scegliere insieme a loro quella che maggiormente poteva essere la più indicata.
In realtà ognuno ha scelto il suo quadro o, per meglio dire, visto il caos ognuno ha preso la prima cosa che capitava.
Ha avuto il desiderio, di dire di no a qualcuno? se si, perchè?
Non avevo intenzione di fare una scelta… e non ho potuto farla.
C’è qualche aneddoto legato ai momenti della donazione che le è rimasto particolarmente impresso?
In realtà ce ne sarebbero parecchi: da chi se ne stava andando senza dire nulla con un quadro non mio (nello studio ho parecchi lavori di altri artisti) a chi non essendoci più tele di grandi dimensioni mi ha chiesto di fargliene una solo per lui (ovviamente gratis). Ma le constatazione più interessante e che fa riflettere è sicuramente quella che nessuno ha preso gli ultimi lavori della mostra locarnese “Brandelli antropologici” realizzati mediante il computer assieme ai barattoli di vetro contenenti vari oggetti legati al mio contesto.
Ripeterà l’esperienza? e se sì, in che modo farà a sapere che quello che sta creando sarà poi donato, influenzerà la creazione?
Bio: Gianluigi Bellei nasce a Bologna nel 1953. Nel 1969 frequenta l’atelier di incisione San Leonardo di Mario Leoni a Bologna, seguono gli studi artistici a Firenze e a Lugano. Collabora con diverse testate, fra le quali “Libera Stampa”, il quotidiano “la RegioneTicino”, il mensile “Spazio architettura”, “Cenobio” e il settimanale “Azione”. Nel 1986 fonda assieme ad Ugo Fortini il periodico di riflessione estetica e cultura dell’arte “Imago”. Partecipa a conferenze e dibattiti tra i quali la tavola rotonda coordinata da Arturo Schwarz a Torino nel 1987 nell’ambito degli incontri su «Estetica, produzione artistica e cultura libertaria», «L’incisione alle soglie del nuovo millennio» al Centro culturale svizzero di Milano nel 1999 e «Arte e anarchia» a Bologna nel 2001. Nel 1996 è fra i fondatori della CISI (Compagnia incisori della Svizzera italiana) della quale viene eletto primo presidente. Nel 2002 fa parte del gruppo organizzatore degli Artisti per la pace. È socio attivo di Visarte, Società delle Arti Visive, dell’Association Internationale des Arts Plastiques, e dell’Union Suisse de la Presse Spécialisée.Ritengo che fare due volte la stessa cosa impoverisca e non aggiunga nulla di nuovo. Pertanto l’iniziativa è stata unica. Ora sto lavorando a un progetto che porto avanti da circa un anno ispirato alla Comune di Parigi intitolato “Père-Lachaise 28 maggio 1871” nel quale assemblo quadri, film, libri, stampe d’epoca…
Da quasi trent’anni vive a Lugano.
(Biografia tratta da qui)
Un grazie speciale va a Matteo e Andrea perchè senza la loro preziosa segnalazione qui, “oltrecortina”, sarebbe arrivato ben poco

















